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Il raptus violento esiste davvero?

Il raptus violento esiste davvero?

Conosciamo tutti i raptus di rabbia o di follia. Quei momenti in cui si perde la capacità di intendere e di volere e si compiono azioni che normalmente non si sarebbero mai compiute. Ciò che delinea il raptus sono la presenza momentanea della pazzia, la quale precedentemente non era mai emersa, e la scomparsa del disagio psicologico a seguito degli attimi di alterazione. Il raptus prende possesso delle capacità decisionali del soggetto e della volontà dello stesso e ne guida le azioni violente. Nessuno si capacita delle efferatezze compiute, nemmeno lo stesso individuo colpito, ed i primi sentimenti dei conoscenti sono stupore ed incredulità.

La particolarità del raptus è che viene riconosciuto dai media e dal pubblico, ma non dagli psicologi. Il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi psicologici (DSM) non ne fa mai accenno. Riconosce più di 300 psicopatologie, ma il raptus non esiste, è un’invenzione per giustificare atti violenti insoliti. Se in passato gli psicologi hanno parlato di violenze in termini di raptus, semplicemente hanno utilizzato il gergo conosciuto ai più e non perché essi stessi avessero riconosciuto nella brutalità il raptus. Il manuale descrive come disturbo mentale transitorio il disturbo delirante acuto, il quale successivamente vira in disturbo delirante cronico, cioè in schizofrenia. Da qui si evince che, al di là dell’inesattezza del termine raptus, l’atto di violenza potrebbe essere il punto di inizio di una schizofrenia. Dunque non è corretto dire che l’atto incriminato sia l’unico episodio delirante manifestato o che si risolve con una singola azione feroce.

 

La diagnosi

La diagnosi di raptus è sempre effettuata da avvocati e giornali per deresponsabilizzare il soggetto dalle conseguenze delle sue azioni o per creare una scissione tra il soggetto e l’azione deplorevole compiuta, come se non fosse stata realmente commessa dall’individuo. Ne sono un tipico esempio i casi di femminicidio. Spesso i “raptus” che portano al femminicidio, ma non solo, non si risolvono in un delirio momentaneo, come invece il significato imposto alla parola raptus vorrebbe far intendere. Non è strano leggere che l’assassino occulti il cadavere, giri in macchina per ore, vada al bar con gli amici, giochi ai videogames dopo l’uccisione, parli al telefono con i famigliari per depistare le indagini, o ancor prima, premediti l’omicidio. Spesso l’assassino confessa la volontà di un suicidio, non portato a compimento per mancanza di coraggio. Dunque si tende a rinsavire quando giunge il momento di riversare la violenza verso se stessi…

Quanto a lungo dovrebbe durare il raptus? Foto di Gerd Altmann da Pixabay

 

Quanto a lungo dovrebbe durare un atto transitorio? Se una persona è in grado di agire in questo modo, procurandosi alibi, cercando di coprire i fatti commessi, non può essere incapace di intendere e volere. L’incapacità dovuta a delirio o schizofrenia dovrebbe essere l’unica ragione esistente per spedire l’individuo in ospedale psichiatrico anziché in carcere. Nient’altro. Per tale motivo nessuno psichiatra obiettivo attribuirebbe una diagnosi di raptus. E nessun giudice competente la accetterebbe nel qual caso l’avvocato, o il colpevole stesso, se ne appellasse in Tribunale puntando su un passato difficile segnato da soprusi e bullismo fisico e psicologico.

 

Cosa dice la giurisprudenza

Perché un giudice non dovrebbe accettare una difesa costruita in questo modo, cosa dice la giurisprudenza? La Legge stabilisce l’esistenza del raptus epilettico, cioè un comportamento improvviso dovuto ad un episodio epilettico che mina la capacità di intendere e di volere del soggetto. Si ammette la colpevolezza quando la violenza avviene in un momento di lucidità: l’epilessia non è una malattia che comporta uno stato permanente di infermità mentale. Mentre l’incapacità di intendere e di volere è ravvisabile nel momento del raptus epilettico. Tale malattia non deve comunque essere un pretesto per giustificare ogni episodio violento. Si afferma, per di più, che la diagnosi basata su un deficit mentale dovuto a fattori ambientali e sociali è ininfluente, dato che tali fattori non incidono in modo significativo sulle capacità decisionali. Nessuna parola, quindi, relativa ad il raptus “giornalistico”.

La legge non riconosce il raptus, se non quello epilettico. Foto di Holger Grybsch da Pixabay

 

E i giornali? 

I giornalisti si ostinano ad utilizzare la parola raptus per descrivere determinati attimi assassini. Sembra che il raptus venga nominato ogni qualvolta le radici di un omicidio non sono facilmente identificabili, quando una ragione che potrebbe aver attivato la ferocia non è rilevabile. Probabilmente gli scrittori non conoscono il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi psicologici e nemmeno il Codice Penale. Prima di scrivere però, sarebbe cosa buona e giusta informarsi per colmare le proprie ignoranze ed informare la gente attraverso una terminologia corretta. E’ vero che il ruolo dei media non è quello di educare, considerando però che è grazie alla carta stampata ed ai siti web che le persone conoscono e si costruiscono idee su un dato argomento, il giornalista di cronaca dovrebbe riflettere sul ruolo di responsabilità che possiede nei confronti della popolazione. 

 

Conclusioni

Nonostante ci si debba far capire e la parola raptus è entrata a far parte del linguaggio comune, fare informazione non significa solo rendere comprensibile la lettura del pezzo e vendere copie, ma inviare messaggi corretti sui quali formulare opinioni partendo da presupposti fondati.

 

Foto di copertina di Amaury Gutierrez da Unsplash

Informazioni legali tratte da http://www.antoniocasella.eu/archipsy/vella_2016.pdf

Jessica Guenzi

Sono nata a Busto Arsizio in provincia di Varese nel '94. Mi piace conoscere e far conoscere. Cucino volentieri per le grandi occasioni, ma soprattutto amo impastare e vedere crescere l'impasto. Ho imparato molto sugli alimenti e la nutrizione attraverso il percorso universitario. Scienze e Tecnologie della Ristorazione prima, Alimentazione e Nutrizione Umana poi. Cammino tanto e le mie passeggiate preferite sono in montagna, nel perfetto silenzio della natura.
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