Perché vaccinarsi? L’esempio del professor Fabrizio Pregliasco

Perché vaccinarsi? L’esempio del professor Fabrizio Pregliasco

Il V-Day, data simbolo dell’inizio della campagna vaccinale in Europa, ha assunto una valenza fortemente mediatica. Dopo mesi difficili, applausi liberatori e lacrime di speranza hanno accompagnato l’arrivo delle dosi del vaccino BioNTech/Pfizer. Tra il personale medico-sanitario vaccinato, testimonial ufficiale della campagna, c’è il professor Fabrizio Pregliasco, impegnato da anni nello sviluppo dei vaccini.  

Il professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano e Presidente ANPAS (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze), è stato tra i primi sette a vaccinarsi all’ospedale Niguarda di Milano. Il suo day-after dopo aver ricevuta la prima somministrazione:

Fabrizio Pregliasco

Sto bene e non ho nessun sintomo. Avverto solo un leggero dolore se premo sul punto di inoculo. Tutti i vaccinati hanno una sorta di diario in cui è segnata la data della seconda somministrazione e in cui riportare eventuali eventi avversi. Il 18 gennaio mi sottoporrò alla seconda dose.”

Il V-Day è stato un evento molto mediatico, il cui obiettivo era sensibilizzare e dare speranza alla popolazione. Lei come ha vissuto questa giornata e cosa le lascia professionalmente, avendo dedicato la propria carriera allo sviluppo di vaccini nell’ambito dell’influenza e dell’epatite?

Personalmente l’ho vissuta come una giornata doverosa, perché occupandomi di sviluppare vaccini, ho sentito di dover dare questa dimostrazione. Inoltre sono stato ospite in molte trasmissioni tv e ho sempre ribadito l’importanza del vaccino, ora toccava dare l’esempio: fate come dico, ma soprattutto fate come faccio. Non ho sviluppato questo vaccino, ma sono stato coinvolto in altri trial clinici per l’influenza e per l’epatite e quindi mi sento di difenderne la sicurezza. Si tratta di un prodotto sicuro, che, nonostante l’apparente velocità con cui è arrivato, ha coinvolto un numero elevato di volontari. Grazie alla loro disponibilità è stato possibile rispettare il numero classico di volontari, previsto per la sperimentazione di qualsiasi nuovo farmaco. Ci sarà poi una fase 4, detta di farmacovigilanza, che comunque caratterizza ogni farmaco di nuova approvazione.

Il vaccino ha subito un iter di approvazione più breve rispetto alla norma, dettato dall’emergenza sanitaria. Cosa è stato abbreviato?

Si è semplicemente velocizzato l’iter rituale, ma lo sviluppo dei vaccini anti-Coronaviurs ha previsto, come accade per i farmaci, un percorso segnato dal superamento di studi preclinici e clinici. Data l’emergenza globale, le agenzie regolatorie hanno snellito solo la parte burocratica ma non la parte relativa alla sicurezza e all’efficacia. Infatti la valutazione dei risultati da parte delle agenzie è avvenuta man mano che questi venivano prodotti e non, come accade solitamente, a studi completati.

Perché la campagna vaccinale è stata strutturata in più fasi?

Innanzitutto per motivi logistici ed organizzativi, ma anche secondo un criterio di rischio. Infatti si parte dal personale medico-sanitario e dai soggetti fragili nelle Rsa, perché più esposti alla possibilità di contagiarsi. La scelta di vaccinare un medico o un infermiere anche giovane è legato alla necessità di garantire l’operatività del personale.

Come si può sensibilizzare la popolazione a vaccinarsi? La recente “variante inglese” del virus ha sollevato qualche dubbio sull’efficacia del vaccino.

Bisogna fare una buona informazione, impedendo alle fake news di far leva sui timori delle persone. Sono stati mesi difficili e spesso la cattiva informazione ha generato più preoccupazioni dello stesso virus. I virus a RNA sono soggetti a frequenti mutazioni e finora sono state segnalate diverse varianti di SARS-CoV-2. La “variante inglese” è il risultato di una serie di mutazioni e sono in corso degli studi per valutarne gli effetti sull’andamento dell’epidemia. L’efficacia del vaccino sembra confermata anche su queste varianti, ma velocizzare l’immunizzazione della popolazione impedisce al virus di mutare ulteriormente.

Cosa pensa dei medici “no vax”, che hanno pubblicamente dichiarato di non volersi vaccinare? Come fa la popolazione ad avere fiducia nella scienza?

Si rischia di dare un cattivo esempio alla popolazione, ma bisogna ragionare su un aspetto importante. Il ramo di specializzazione porta ciascun medico ad approfondire alcuni aspetti piuttosto che altri, quindi è impensabile che un professore di Igiene come me, che si occupa di vaccini, decida di non vaccinarsi. Può, però, accadere che un medico specializzato in ambiti lontani dall’immunologia, abbia una visione poco aggiornata e ormai superata di ciò che l’immunologia è diventata. Questi medici dovrebbero rinfrescare alcuni concetti e non fare a priori affermazioni come “entra e modifica il DNA”; è chiaro che le parole di un medico possano suscitare un seguito diverso.

“Io personalmente mi sento un privilegiato nel poter dare l’esempio, soprattutto per poter rimarcare la mia fiducia nella scienza non solo a parole ma con i fatti.”

 

Foto di copertina di fernando zhiminaicela da Pixabay

Approfondimenti:

Domande e risposte su vaccino COVID-19 Comirnaty – BioNTech/Pfizer 

Anna Fortunato

Formazione scientifica e passione per la divulgazione. “Somewhere, something incredible is waiting to be known.”
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