“Capire la mente”: un libro per conoscere gli inquilini che la abitano

“Capire la mente”: un libro per conoscere gli inquilini che la abitano

Il benessere psicologico ha assunto un ruolo fondamentale nella società moderna. Stiamo vivendo un periodo storico in cui emerge un’attenzione particolare verso la comprensione della mente, dimora delle nostre emozioni e delle nostre scelte. Le limitate risorse dei pazienti, sia in termini di tempo che di denaro, hanno spinto la psicoterapia ad un approccio diverso, non più di lunga durata ma altrettanto costruttivo. 

La Dott.ssa Manuela Romagnoli, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, è l’autrice di “Capire la mente”.

Copertina
Copertina libro “Capire la mente”

Un libro intuitivo, divertente e chiaro, arricchito dai disegni di Valerio BozzaUno strumento utile alla comprensione della mente, sia per chi stesse intraprendendo un percorso di psicoterapia, sia per chi avesse solo il desiderio di conoscere gli inquilini che abitano la nostra mente

” Ho scritto un libro per aiutare le persone a capire cosa succede dentro la mente, per dare a tutti uno strumento di comprensione del funzionamento psichico, in modo da capire perché qualcosa funziona e qualcos’altro no. Nessuno più di noi può capire se stesso. “

Le neuroscienze da anni hanno messo in luce l’esistenza di parti distinte del cervello, ognuna responsabile di diverse funzioni. L’immagine di quella densa materia grigia, fatta di neuroni, sinapsi e neurotrasmettitori, trova in questo libro una sua umanizzazione, diventando la casa dentro di noi in cui abitano le nostre parti psichiche: tre inquilini e un Maggiordomo.

Abbiamo intervistato la Dott. Romagnoli per capire come il funzionamento della mente sia alla base delle psicopatologie e di molti malesseri sia intrapsichici che interpersonali.

Manuela Romagnoli
Manuela Romagnoli
Lei è un medico specialista in Neuropsichiatria infantile e lavora da molti anni come psicoterapeuta, sia con bambini ed adolescenti che con adulti e coppie.  Come è cambiato il suo approccio alla mente rispetto alle immagini del cervello viste nelle risonanze magnetiche o al microscopio?

 

Io parto dal presupposto che non esista la malattia mentale, ma che esistano tante sofferenze che a seconda delle nostre condizioni di vita possono emergere in modi diversi. Ad eccezione di alcune patologie mentali, che hanno una forte componente genetica, le altre sono delle sofferenze che possono toccare chiunque, anche la psicosi. Quindi per me pensare alla psicopatologia e al disagio è un passaggio abbastanza fluido; durante la specializzazione in Neuropsichiatria infantile la psicoterapia era un approccio quotidiano nei bambini, molto più della farmacologia. Lavorando poi con il Telefono Azzurro mi sono resa conto di come i bambini raccontino il proprio disagio già da molto piccoli, il problema è avere la capacità di ascoltarli. Non possiamo dire a priori che un bambino ha una patologia; un bambino esprime una sofferenza, spesso dovuta al contesto in cui vive, che presa in tempo può essere curata.

Perché nel suo libro “Capire la mente” ha scelto una chiave comunicativa così diversa dai classici manuali di psicologia? L’idea di concepire la mente come una casa abitata da tre inquilini e un Maggiordomo da dove nasce?

Nel mio lavoro ho sempre utilizzato metafore, disegni, schemi e personaggi delle fiabe affinché i miei pazienti capissero che parlare ad un terapeuta non è come parlare ad un amico. Volevo far capire loro il reale motivo per cui venissero in terapia. Mi sono così ispirata alla psicodinamica, teorizzata per la prima volta da Freud, che concepisce la mente come un luogo abitato. Da lì ho pensato di trasformare la nostra mente proprio in una casa con tre inquilini e un Maggiordomo. È una scelta comunicativa vincente, perché chiara per bambini ed adolescenti e in grado di velocizzare le terapie; quando si capisce quale parte di sé è più disfunzionale, si può agire anche da soli.

Quindi in una società in cui il disagio psichico sta aumentando, ma contemporaneamente sta diminuendo la disponibilità sia di tempo che di denaro, il libro potrebbe diventare uno strumento di autocura?

In realtà non si tratta di uno strumento di autocura, ma di una bussola che orienti le persone verso la comprensione, anche dei propri limiti, e permetta di chiedere aiuto senza vergogna. Il disagio psichico è un mondo che fa ancora tanta paura; spaventa di meno andare dal gastroenterologo che rivolgersi ad uno psicologo. Il libro, però, è sicuramente un modo sia per velocizzare le terapie sia per capire se abbiamo bisogno o meno di andare in terapia.

Quale sentimento emerge più frequentemente durante le sue visite?

La paura. I pazienti hanno paura sia di non riuscire a dare un nome al sentimento che provano, sia che quello possa essere l’inizio della pazzia. “Questo malessere mi porterà a diventare pazzo?”; è un pensiero che terrorizza, soprattutto gli adolescenti. Bisogna spiegare loro che il conflitto tra le emozioni è un sentimento normale e comune alla stragrande maggioranza delle persone.

Lei paragona la nostra mente ad una casa abitata da tre inquilini e un Maggiordomo. Si tratta delle cosiddette istanze psichiche, ossia le anime della nostra mente, che condividono uno spazio comune, confrontandosi e scontrandosi. Quanto è difficile la convivenza tra gli inquilini?

I tre inquilini che abitano la nostra mente sono molto diversi tra di loro, spesso litigiosi e in disaccordo.

Vitale è un bambino, espressione dei bisogni pulsionali innati; è la parte di noi che vuole e desidera. Morale è anziano e severo, rappresenta la nostra coscienza e l’insieme dei nostri principi morali; è la parte di noi che giudica e condanna. Ideale è il più altezzoso, rappresenta la nostra ambizione e l’insieme delle nostre aspirazioni; è la parte di noi che ci spinge a raggiungere i nostri ideali appunto. È facile immaginare quanto sia difficile la pace dentro di noi, quanto possa essere ardua la convivenza nella mente tra un bambino capriccioso, un anziano giudice e un ostinato perfezionista, incapaci di curarsi della realtà che li circonda. Ma la convivenza è possibile e compatibile con l’adattamento alla realtà e questo grazie al Maggiordomo, l’unico in grado di realizzare i desideri, accontentare la morale e seguire gli ideali.

Quindi è importante avere un Maggiordomo abbastanza forte da sanare i conflitti interiori e arrivare ad un compromesso tra la parti. Come si sviluppa questa figura e quali meccanismi mette in atto per mediare le richieste dei diversi inquilini?

Durante l’infanzia il Maggiordomo, ossia questa capacità intellettiva di problem solving che abbiamo, è piccolino e va aiutato e vicariato dai genitori, dalla scuola etc. Crescendo, però, bisogna riconoscere ai nostri figli la capacità di risolvere i problemi da soli, autonomizzandoli progressivamente. Se proteggiamo gli adolescenti senza responsabilizzarli, rischiamo di impedire al Maggiordomo di formarsi adeguatamente e di affrontare i disagi sia interni che esterni. Quindi il Maggiordomo si sviluppa crescendo, imparando dall’ambiente, dai genitori e dalle proprie esperienze, attuando dei “meccanismi di difesa” per gestire i tre inquilini. Questi meccanismi sono delle funzioni che utilizza il Maggiordomo per affrontare i conflitti che avvengono nella mente ed evitare che regni il caos. Alcuni meccanismi sono più funzionali di altri, vige il rapporto che c’è tra un coltellino ed un’accetta; alcuni servono a limare un conflitto o a smussare una richiesta, altri, invece, servono a rimuovere di netto una parte del conflitto o della richiesta, perdendo una parte di un inquilino. Il Maggiordomo utilizza questi ultimi meccanismi in condizioni estreme, per evitare che il dolore nella mente diventi eccessivo. Tra questi meccanismi, quelli a me più cari sono l’altruismo, l’umorismo, la sublimazione. La sublimazione, ad esempio, è meccanismo di difesa altamente funzionale, in cui il Maggiordomo veicola l’energia e l’impulsività di Vitale verso uno scopo utile come lo studio. Quando la sublimazione riesce, lo studio diventa una fonte di piacere.

Se il Maggiordomo fallisce il suo compito di moderatore, quali sono i campanelli d’allarme che possono preannunciare l’insorgere di una psicopatologia?

Tra i campanelli d’allarme troviamo sicuramente la sofferenza, non sempre proporzionata alla gravità delle dinamiche psichiche, l’incapacità all’adattamento, la paura di essere abbandonati, la fragilità nei rapporti e l’incapacità di tollerare un stato di dolore.

Quale è il personaggio in cui si identifica di più?

Ideale mi ha sempre dato tanta ambizione, ma allo stesso tempo mi ha spinto spesso a vergognarmi; quando ciò che ottieni è distante da quello che vorresti, provi vergogna. Non posso neanche dire che la mia coscienza morale mi abbia lasciato in pace, perché i sensi di colpa nascono da Morale.

Con gli anni mi sono, però, resa conto che nella vita non puoi più di tanto abbassare i conflitti, ma devi cercare delle soluzioni accontentando tutte le parti. Un esempio semplice: mangiare un pezzo di torta andando poi a correre.

Esplorare la mente umana è un viaggio che spesso spaventa, ma la psicoterapia riesce ad individuare lo spartiacque tra una semplice difficoltà e un malessere più profondo. Tutte le situazioni della vita, tutte le nostre scelte sono animate da un dibattito interno tra gli inquilini, conflitti del tutto normali e per cui non bisogna vergognarsi.

La mente è fragile ed è importante avere un costante dialogo con il proprio Maggiordomo, soprattutto quando si sta soffrendo.

“Gli inquilini ci forniscono i sintomi, ma la capacità di razionalizzare e di chiedere aiuto è una funzione del Maggiordomo. Se il nostro Maggiordomo fallisce, il Maggiordomo di un amico, di genitore o di un familiare dovrebbe chiedere aiuto per noi.”

 

Approfondimenti: 

https://www.capirelamente.it/

https://www.epc.it/

Anna Fortunato

Formazione scientifica e passione per la divulgazione. “Somewhere, something incredible is waiting to be known.”
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